Francia al ballottaggio: “Una poltrona per due”

Si accende la sfida in Francia per la corsa all’Eliseo: chi vincerà?

Dopo il primo turno delle elezioni presidenziali in Francia che hanno visto un entusiasmante testa a testa tra i candidati in corsa, si affronteranno al ballottaggio del 7 maggio il leader del movimento En Marche! Emmanuel Macron e la leader del Front National Marine Le Pen. Entrambi hanno superato il primo turno rispettivamente col 23,8% e il 21,3% dei consensi, anche se le intenzioni di voto al secondo turno vedono Macron favorito col 60% delle preferenze contro il 40% della Le Pen.

Per la prima volta nella storia della Quinta Repubblica socialisti e repubblicani non partecipano al ballottaggio. Ciò fa delle presidenziali francesi qualcosa di inedito: il sistema politico francese, storicamente retto sull’alternanza tra gollisti e riformisti, ne esce cambiato nelle fondamenta. Il voto frammentato che ne consegue ci mostra il superamento del cleavage classico destra/sinistra per aprire la strada a nuove categorie: la frattura sociale e politica corre lungo il solco delle dicotomie nuovo/vecchio, chiusura/aperturaalto/basso, patriottismo/europeismo, popolo/establishment.

Questo accade per via dei radicali mutamenti avvenuti in Francia negli ultimi anni: la crisi economica ha colpito duramente i ceti popolari logorando i classici modelli valoriali e alimentando forti sentimenti anti-sistema. La Francia si è dunque italianizzata, con un Paese pervaso dall’anti-politica dove si sperimenta la crisi della democrazia rappresentativa che si manifesta nello sfaldamento delle organizzazioni di massa, un contesto in cui prende il sopravvento il partito personale mentre l’elettorato è estremamente fluido.

Nella mappa: distribuzione ed evoluzione del voto nelle Presidenziali francesi dal 2012 ad oggi.

Sono questi nuovi elementi a spiegare il successo di Macron. Il candidato del liberismo, sostenuto da media, industriali e finanza è riuscito, grazie ad una retorica incentrata su nuovismo e rottamazione, ad attrarre a sé una base elettorale ampia e fluida, poco politicizzata, che crede nelle sorti del libero mercato. La vittoria al secondo turno sembra scontata: polarizzato il voto anti-lepenista e incassato il sostegno di socialisti e repubblicani, si sono schierati con lui tutti i leader europei, dal Presidente uscente Hollande alla cancelliera tedesca Angela Merkel passando per l’ex-premier Matteo Renzi.

Ma la prova del nove per Macron saranno le elezioni legislative dell’11 e 18 giugno per la scelta dei rappresentanti all’Assemblée Nationale, il più importante organo di rappresentanza che deciderà le sorti del governo. Per vincere Macron dovrà trasformare il suo movimento in coalizione: in caso di vittoria dovrà formare un governo di coabitazione se non vorrà correre il rischio di ritrovarsi in una situazione da anatra zoppa, ossia di essere Presidente senza maggioranza parlamentare.

Il bacio tra Macron e la moglie alla notizia del superamento del primo turno.

Record storico invece per il Front National che supera i 7 milioni di voti, un consenso mai raggiunto prima. Solamente nel 2002 il partito dell’estrema destra francese arrivò al ballottaggio; alla guida c’era Jean-Marine Le Pen, padre di Marine: allora i francesi votarono compatti per il repubblicano Jacques Chirac che trionfò con l’82% dei voti.

Il successo dell’estrema destra francese va ricercato nelle profonde contraddizioni sociali fatte emergere dalla crisi economica e nella costante minaccia del terrorismo. Non è un caso che il Front National abbia le sue roccaforti nelle periferie delle grandi città, nelle regioni del sud e nel nord-est del Paese dove più alto è il tasso di disoccupazione. A ciò vanno aggiunti i cavalli di battaglia con i quali la Le Pen ha ottenuto maggiori consensi come la minaccia di uscire dall’Euro e la chiusura delle frontiere per fermare l’immigrazione.

Marine Le Pen ringrazia i propri sostenitori per l’arrivo al ballottaggio.

Il merito di aver fermato la Le Pen al primo turno va a Jean-Luc Mélenchon che è riuscito a coadiuvare attorno a La France insoumise il voto di protesta, quello giovanile, popolare, operaio e delle periferie a dimostrazione che quando la sinistra ha un’identità forte è capace di togliere terreno alle destre. Grazie alla capacità di mettere in rete associazioni, comitati di cittadini e movimenti territoriali nati dal basso, Mélenchon è riuscito a dare rappresentanza ad un popolo senza riferimenti, impoverito da quelle politiche neoliberiste che spianano la strada all’avanzata delle destre.

E se da un lato i repubblicani di François Fillon ottengono quasi il 20% dei consensi risultando determinanti nel ballottaggio, i socialisti di Benoît Hamon si fermano al 6,3% uscendo dalle presidenziali con le ossa rotte: non tocca che salire sul carro del vincitore consegnando a Macron la resa.

Mélenchon discute con Pablo Iglesias, leader di Podemos, sulle prossime mosse da fare.

Il secondo turno vede dunque Macron nettamente favorito sulla Le Pen.        Intanto sta avendo grande diffusione sul web l’appello all’astensione: se la scelta è tra il candidato del capitalismo finanziario il cui obiettivo è quello di smantellare i diritti sociali e la candidata della paura e dell’odio razziale allora meglio starsene a casa. Si tratta infatti di un corto-circuito democratico nel rapporto causa-effetto in cui votare per l’uno o per l’altra fa poca differenza, essendo la seconda una conseguenza del primo.

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