Marchionne dice addio all’Italia

Entro il 2020 la produzione della Panda andrà via dall’Italia.

Sergio Marchionne torna alla carica con dichiarazioni che riaccendono il dibattito nel mondo del lavoro. L’amministratore delegato FCA ha annunciato che entro il 2020 la produzione della Panda lascerà gli stabilimenti di Pomigliano d’Arco per approdare in Polonia. Continua la delocalizzazione del più importante marchio automobilistico italiano verso i paesi dell’Est caratterizzati da un più basso costo del lavoro. Un marchio che di italiano ha solo il nome visto che ha sede legale a Londra e in Olanda.

Una decisione che fa discutere per diverse ragioni. In primis perché delocalizzare vuol dire depotenziare il sistema produttivo: ciò implicherà un bisogno minore di lavoro negli stabilimenti italiani con conseguente cassa-integrazione e licenziamento dei lavoratori; un piano che trova la strada spianata grazie al jobs-act voluto da Renzi. In secundis perché l’azienda guidata da Marchionne è in cerca di facili profitti, e quale migliore occasione se non quella di spostare la produzione in quei paesi dove i lavoratori vengono pagati poco, senza tutele né diritti? Poco importa se la FIAT sia sopravvissuta fino ad ora con i fondi dello Stato. 

Marchionne si congratula con Renzi per l’approvazione del jobs-act.

Sindacati e lavoratori lanciano l’allarme. I sindacati chiedono garanzie occupazionali e piani industriali precisi su come rilanciare la produzione automobilistica in Italia ed evitare la perdita di posti di lavoro mentre migliaia di famiglie rischiano di trovarsi in mezzo alla strada. A poco sono servite le rassicurazioni di Marchionne che intenderebbe lasciare in Italia la produzione di Alfa Romeo e Maserati, la cui domanda di mercato è nettamente inferiore a quella dei modelli FIAT più venduti. Si tratta di un piano che non convince nessuno, utile solo a gettare fumo negli occhi, e bene ha fatto la FIOM-CGIL ad aprire un’inchiesta.

Intanto in Italia calpestare i diritti dei lavoratori è la norma. Prima è toccato ad un lavoratore del gruppo FIAT nello stabilimento di Chieti al quale è stato vietato di andare in bagno per non rallentare i cicli di produzione: il povero operaio è stato costretto a farsela addosso. Poi è toccato ad un lavoratore di Torino che, una volta tornato a lavoro dopo aver avuto un tumore al fegato e il conseguente trapianto, si è ritrovato una lettera di licenziamento tra le mani. Dov’è l’umanità in tutto questo? Possibile che dei padri di famiglia che si spaccano la schiena per portare il pane a casa debbano essere trattati così? Da quando il Governo Renzi ha cancellato l’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori la dignità dei lavoratori viene calpestata ogni giorno da manager e datori di lavoro senza scrupoli. 

Scambio di battute tra Marchionne e Donald Trump alla Casa Bianca.

E questa sarebbe la modernità? Sembra piuttosto di essere tornati indietro nel 1800 quando in assenza di diritti e tutele riconosciute dallo Stato i lavoratori venivano trattati come schiavi da chi deteneva i mezzi di produzione e disponeva del capitale. Fu in quel contesto storico-sociale che legittimava lo sfruttamento – ben raccontato dai romanzi di Charles Dickens – che nacque l’esigenza di dare vita e corpo alle idee marxiste per restituire all’essere umano quella dignità negata ogni giorno da un capitalismo disumano.

L’unica soluzione per vivere dignitosamente, oggi come allora, può nascere solo dalla necessità che hanno le lavoratrici e i lavoratori di unirsi e organizzarsi in una rinnovata lotta di classe dal basso verso l’alto che dica di no allo sfruttamento per aprire una nuova stagione all’insegna del lavoro, della democrazia e dei diritti.

Maurizio Landini, segretario generale FIOM-CGIL, durante un comizio in piazza.
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