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Whiskey dolce con Paolo Agrati: poetry slam, la poesia che colpisce

4 Gennaio 2017, Milano:

Paolo ed io finalmente riusciamo ad incontrarci, lui agita il suo boccale di birra, recitando i versi di Dino Campana

“Io povero troviero di Parigi

Solo t’offro un bouquet di strofe tenui

Siimi benigno ai vivi labbri ingenui

Ch’io so, tremulo scendi, o bacio, e ridi”

Io bevo Southern Comfort, prendo appunti, rido.

“Ma vedi? Non riesco a non farla come Carmelo Bene! Sono le basi della comunicazione: c’è un Arena, il solo fatto che tu abbia qualcosa da dire non conta, devi arrivare. Il pubblico vuole di più, ne ha il diritto. Non gli basta la poesia di Dino Campana, la vuole recitata da Carmelo Bene!”

Paolo Agrati è un poeta, ha pubblicato tre raccolte di poesie “Amore & Psycho” (Miraggi edizioni, 2014), “Nessuno ripara la rotta” (La vita felice, 2012), “Quando l’estate crepa” (Lietocolle 2010) ed è tra i principali slammer in Italia. Ci siamo conosciuti in occasione di un poetry slam in Santeria Paladini 8, lì ho scoperto questi irreducibili poeti e la loro sfida: sfidarsi a colpi di versi, sfidando il pubblico a non amare ancora la poesia.

“Il poetry slam è un’occasione per la poesia di arrivare alle persone, è un altro dei canali attraverso i quali possono emozionarsi, divertirsi, commuoversi, indignarsi, come per il cinema, la musica, le serie tv. Il poetry slam prende la poesia e le dà una forma che al pubblico piace, così come nell’antichità le letture delle poesie venivano accompagnate dal suono della lira: una forma che non stia solo sulla pagina, fatta di corpo, carne e voce. Una poesia performativa, un’arte come un’altra che sta al passo coi tempi, compete con le altre”.

Lo slam poetry nasce in un jazz club di Chicago nel 1984, il suo creatore è Marc Smith, operaio e poeta. Marc vuole riportare la poesia tra la gente, così consegna il pubblico al palcoscenico facendolo partecipare a una serie di letture a voce alta. La notizia si sparge, un po’ ovunque vengono organizzati incontri di questo tipo, fino a che il format non si è evoluto, trasformandosi in una sfida, testa a testa, tra poeti. Ovunque, nel giro di trent’anni, nascono slammers e nuove slam poetry, con organizzazione di festival e concorsi, ad esempio quello del 2002 a Minneapolis (con 56 squadre di poeti provenienti da diversi angoli degli States) e il Festival Internacional de Poesìa de Meddelìn in Colombia (settanta poeti e cinquemila utenti alla chiusura dei 10 giorni) cui il nostro Paolo ha partecipato nel 2014.

“All’estero la cosa è molto più seria, c’è una reale attenzione del pubblico, ci sono slammers professionisti e per chi va a uno slam poetry è come andare a teatro, al cinema, a un concerto.  La poesia è realmente tra la gente ed è la gente a cercarla, sceglierla. Però diciamo anche che all’estero (e intende anche l’Europa, ndr.) hanno cominciato prima”

In Italia il Poetry Slam è stato introdotto da Lello Voce, poeta, scrittore e giornalista che nel 2001 organizza uno slam internazionale, in cinque lingue diverse durante Big Torino 2002, al Museo del Cinema. Nel 2013 viene fondata la Lips (Lega Italiana Poetry Slam) che unisce le diverse realtà italiane sotto un’unica oganizzazione. La scena Torinese sforna poi nel 2005 il blog di Guido Catalano, poeta col sogno di diventare una rock star. Armato di parolacce, quotidianità, leggerezza, sessualità e imprechi, Guido conquista le masse e da febbraio 2017 comincia il Ogni volta che mi baci muore un nazista tour (13 date nei teatri, club e auditorium di tutta Italia).

“Guido ci ha aperto la strada, ha incuriosito il pubblico, non senza polemiche, e l’ha educato a qualcosa che non c’era prima. E’ riuscito a richiamare l’attenzione di un pubblico più vasto, disabituato alla poesia e che all’improvviso se l’è vista urlata contro. Guido non ha mai avuto la presunzione di definirsi un poeta, voleva diventare una rock star e ci sta riuscendo, ma è un poeta che parla d’amore, con leggerezza, segue il suo ritmo, le sue regole e ha dato alla sua poesia la sua forma. Intanto il pubblico si abitua di nuovo ai versi e inizia a chiedere di più, adesso anche i pezzi musoni vanno bene”

In Santeria Paladini 8, Paolo s’era portato dietro il campione nazionale Savogin (che gli ha rubato il titolo per pochissimi punti all’ultimo campionato, ndr.) e la sua poesia parlava di ansia, depressione, suicidio.

“E’ ovvio che non puoi buttare in faccia al pubblico una poesia pesante per rompere il ghiaccio. Devi conquistarne l’attenzione, meritarti la sua fiducia, anche parlando di cose tristi, ma sempre con ironia. Poi, quando è cotto, vai col pezzo tetro. Il pubblico è pronto, l’hai sedotto facendolo ridere e lo conquisti facendolo piangere. Sarà la strategia anche del prossimo libro .”

“E allora perché non hai vinto?”

“Ci sono tanti fattori che contribuiscono, ma il motivo principale è che se non vinci tu è perché qualcun altro è riuscito ad arrivare più di te, vai poi a spiegarti il perché…”

Paolo organizza contest e campionati in giro per lo stivale, dice che gli slammers sono sempre di più e di regione in regione, col passare del tempo, anche i gusti del pubblico si raffinano.

“Per adesso i movimenti di slammers più attivi sono nella zona lombarda, piemontese, bolognese, veneziana, siamo arrivati anche nelle scuole! E questo è possibile solo grazie a una cosa: al di là della sfida, diamo ancora la priorità alla poesia. La differenza, forse, tra noi (noi slammers italiani, ndr.)e il format internazionale è che mettiamo prima la poesia. Lo vedi già dal nome: poetry slam e non slam poetry. La sfida va bene, è una scusa per intrattenere il pubblico, fa parte del gioco, ma ciò che ancora conta per noi è la poesia, che ha tre minuti di tempo per esprimersi.”

Gli chiedo se dietro tutto questo brulicare di poeti non ci sia una spinta “politica”, “rivoluzionaria”, un sentimento di riscatto, un fine più alto.

“Non prendiamoci per il culo, la poesia non va né idealizzata, né disprezzata. Non è niente di più che un veicolo per esprimersi, per esprimere la propria idea di arte e di bellezza. Non vogliamo fare la rivoluzione, ma solo evitare di fare poesia brutta.”

“Cos’è una poesia brutta?”

“Una poesia che parla del nulla. Posso usare bellissime parole per descrivere la mia storia d’amore, la mia esperienza personale, ma se non arricchisco la mia narrazione di elementi esterni (come un’ambientazione al supermarcato) in cui il pubblico possa riconoscersi, resto autoreferenziale e da autoreferenziale divento musone, barbuto, brutto e la mia poesia non toglie né mette, resta nulla”.

Paolo schizza via per un altro appuntamento, è piuttosto stressato per essere un poeta: digita frettoloso sulla tastiera del suo cellulare, cerca di ricordare dove ha parcheggiato la macchina, mi invita ai prossimi poetry slam. Lo guardo e ripenso a Leopardi, alle poesie scritte tra le quattro mura di Recanati, al pessimismo cosmico, storico, esistenziale, la natura matrigna, l’amore non corrisposto, la bruttezza, la sfiga dell’essere brutti, la luna, la notte, gli incubi, i sogni. La poesia è in fondo rimasta la stessa, come di fondo i temi sono rimasti, ma cambiati i tempi, un lungo verso, ben composto, muto sul foglio, non può bastare se vuole arrivare a tutti.

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