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Sanremo come specchio dei tempi. Cosa siamo diventati?

Cantanti e canzoni ostaggio degli haters

Ancora una volta la kermesse canora del Festival di Sanremo ci mette di fronte a quello che siamo.

Tra le righe  delle canzoni  possiamo ritrovare quello che stiamo diventando sia dal punto di vista della coscienza collettiva sia del costume.

Ventiquattro Big in gara, tra tradizione e nuove tendenze, “questo sarà il festival dell’armonia” (si era detto) “degli opposti che si contrappongono” invece  tutto  appare solo come un’enorme vuoto di senso.

Le canzoni fanno fatica a passare, nella memoria, nel cervello e nel cuore dei telespettatori.

Sembra proprio che questa paventata armonia nasconda solo un enorme paura delle proprie idee.

L’idiosincrasia patologica nei confronti del dibattito politico, nell’epoca del populismo , rende l’arte,  e più specificamente la forma canzone, non più come un qualcosa che riesce a penetrare nella nostra anima e nel nostro cuore aiutandoci a interpretare noi stessi e il tempo in cui siamo immersi, bensì la relega ad un mero esercizio stilistico che deve necessariamente essere avulso da questioni politiche, sociali  ed economiche.

Tutto il festival è permeato di questa sensazione, una sterilità ingessata, un vago sentore del niente, tra lustrini e paillettes , luci , suoni e parole vuote.

I personaggi pubblici e più specificatamente gli artisti vivono nel terrore degli haters che,  grazie  anche allo stimolo dovuto all’utilizzo frequente di Twitter da parte dei politici,  potrebbero prenderli di mira  se per caso o volutamente essi prendessero posizione su un argomento di attualità ( come è successo al direttore artistico alla vigilia del festival).

Gli sketch comici e le gag di Claudio Bisio e Virginia Raffaele risultano tanto misurati e puliti quanto noiosi, i monologhi dello stesso Bisio sembrano scritti come riempitivo veloce e per non urtare la suscettibilità di nessuno.

Il momento di satira più significativo del festival lo regalano Pio e Amedeo che , solitamente relegati al ruolo di guitti dai modi volgarotti, sono stati una piacevole quanto dissacrante sorpresa.

Tra i brani in gara più significativi dal punto di vista della scrittura e del contenuto sono degni di essere menzionati :

  • Daniele Silvestri: Argento Vivo

Brano generazionale che racconta l’impossibilità di un padre di comprendere la vita e i pensieri di un figlio adolescente, imprigionato in se stesso e negli schermi dei device, il tutto con la musica alta per non sentire,

  • Zen Circus: L’amore è una dittatura

Flusso di coscienza come stile letterario, senza ritornello, una cavalcata senza fiato, parole gridate all’universo, disperate ma concrete.

  • Simone Cristicchi: Abbi cura di me

Una dichiarazione di fragilità dell’uomo che si affida alla persona amata con belle immagini poetiche.

  • Motta: Dov’è l’Italia

Canzone intimista che descrive il rapporto conflittuale con se stesso e con la nazione.

  • Negrita I ragazzi stano bene 

Una parte del testo del brano recita così:

“Dei fantasmi sulle barche e di barche senza un porto
Come vuole un comandante a cui conviene il gioco sporco”

In attesa di scoprire chi sarà il vincitore della sessantanovesima edizione del festival della canzone italiana, meditiamo gente, meditiamo…