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Nelle ultime settimane, il dibattito politico a Frattamaggiore sembra essersi ridotto a una domanda ricorrente: chi sarà il prossimo Sindaco?

È una domanda che si ripete nei bar, agli angoli delle strade, nei gruppi social. Una domanda che rimbalza di bocca in bocca e che spesso assume i tratti di un piccolo talk show permanente fatto di nomi, ipotesi, equilibri, smentite. Eppure, devo dirlo con sincerità: questo dibattito non mi appassiona. Non mi appassiona perché ho la sensazione che si stia parlando della cosa meno importante. Non del destino di una comunità, non delle scelte che determineranno il futuro della Città ma delle persone che potrebbero amministrarla. E la differenza tra queste due cose è enorme.

Ho osservato Frattamaggiore per otto anni. Non da spettatore distratto, ma da soggetto coinvolto. Ho vissuto con lei, per lei e dentro di lei. Ho condiviso le sue speranze e le sue delusioni. Ho gioito per i suoi successi e ho perso il sonno per le sue preoccupazioni, per le sue fragilità, per le sue ansie. Per questo oggi provo un senso di smarrimento.

Non tanto per la crisi politica – che nelle Città italiane è quasi fisiologica – quanto per l’assenza di alcune domande fondamentali. Domande senza le quali ogni discussione sui nomi rischia di essere vuota, sterile, perfino inutile. Prima di chiederci chi governerà Frattamaggiore, dovremmo avere il coraggio di chiederci qualcosa di molto più importante.

Cos’è Frattamaggiore oggi?

È ancora una Città capace di riconoscersi in una storia comune, in un tessuto sociale vivo, in un’identità condivisa? Oppure sta lentamente trasformandosi in qualcosa di diverso?

Il percorso che Frattamaggiore sta vivendo è silenzioso, sottile, ma profondo. Frattamaggiore è sempre stata una Città di servizi, un punto di riferimento per un territorio più ampio. Oggi questa vocazione si è ulteriormente rafforzata, con una presenza ancora più ampia di funzioni, uffici e attività rispetto al passato. Una Città che serve un territorio più grande di sé. Ma nella quale può diventare più difficile vivere per chi qui è nato, è cresciuto, ha costruito relazioni, famiglie, storie. Una Città utile. Ma che deve continuare a essere anche una Città viva, nel senso più profondo del termine. E cioè, una comunità capace di trovare una sintesi tra la naturale vocazione ai servizi e la difesa della propria identità, della propria storia, della propria vitalità culturale. Perché una Città non è fatta solo di funzioni. È fatta di memoria. È fatta di relazioni. È fatta di appartenenza. E allora dobbiamo porci un’altra domanda.

Chi sono i frattesi oggi?

Sono ancora quella comunità laboriosa e intraprendente che ha saputo costruire benessere e opportunità? Oppure siamo diventati una società più fragile, più dispersa, meno capace di immaginare insieme il futuro?

E soprattutto: di cosa avranno bisogno i frattesi domani?

La discussione deve partire da qui. Da queste domande.

Io appartengo a una generazione che oggi incontro sempre meno per strada. Non perché sia scomparsa, ma perché è stata -talvolta- costretta a partire. Una generazione che spesso ha dovuto barattare le proprie radici con qualcosa che altrove sembrava più raggiungibile: un lavoro dignitoso, una crescita professionale, un riconoscimento economico adeguato.

Sono ragazzi e ragazze che hanno studiato qui, che qui sono cresciuti, che qui avevano immaginato il loro futuro. E che poi, lentamente, hanno capito che quel futuro dovevano cercarlo altrove. Ogni Città che perde i suoi giovani perde qualcosa di molto più grande della semplice demografia. Perde energia. Perde intelligenza. Perde possibilità.

Ma il tempo non si ferma. E mentre la mia generazione si disperde, altre generazioni stanno crescendo. Sono generazioni diverse da quelle che le hanno precedute. Sono cresciute in un mondo digitale, globale, veloce, in cui i confini geografici contano molto meno delle opportunità. Hanno aspettative, linguaggi, strumenti completamente diversi. Sono cresciute dentro un passaggio storico che ha inciso profondamente sulle relazioni, sulla scuola, sulla socialità. La loro adolescenza è stata segnata da quella che potremmo definire una guerra silenziosa. La guerra del Covid. Una guerra senza armi, ma di isolamento. Una guerra senza distruzioni materiali, ma con profonde fratture nelle relazioni. È stato un tempo che li ha spinti dentro il digitale con una velocità che nessuna generazione prima aveva conosciuto. E oggi stanno costruendo linguaggi, relazioni, lavori, visioni del mondo che spesso fatichiamo perfino a riconoscere. Stanno costruendo un mondo nuovo, di cui molte volte non percepiamo nemmeno l’esistenza.

Il mondo è cambiato profondamente negli ultimi vent’anni.

Sono cambiati i modelli economici, il lavoro, le relazioni sociali, le forme di partecipazione politica. Sono cambiati i linguaggi, le aspettative, perfino il modo di immaginare la felicità. Eppure, si ha spesso la sensazione che molti continuino a muoversi con categorie di trent’anni fa. Come se nulla fosse successo. Come se bastasse replicare vecchie formule per affrontare problemi che sono completamente nuovi.

Una Città non può costruire il proprio futuro guardando soltanto nello specchietto retrovisore.

Oggi c’è bisogno di una discussione coraggiosa e sincera, tenendo a mente la fondamentale distinzione tra l’amministrare ed il governare. Tra gestire l’esistente ed avere il coraggio di una visione. Di indicare una direzione. Di assumersi il rischio delle scelte.

La politica nasce per governare il cambiamento. E governare il cambiamento richiede due qualità che oggi si fanno sempre più necessarie: coraggio e visione.

Il coraggio di immaginare il domani e la responsabilità di provare a costruirlo. Perché il futuro di Frattamaggiore non dipenderà soltanto dall’efficienza dei servizi o dalla qualità della gestione amministrativa. Dipenderà dalla capacità di una sintesi più grande. Tra preservazione della sua identità, il rinnovamento necessario per stare dentro il mondo che cambia e l’equilibrio tra la Città dei servizi e la Città delle persone.

Perché Frattamaggiore non può essere soltanto efficiente. Deve essere riconoscibile. Deve essere umana. Ecco perché continuo a pensare che la domanda da porci sia una:

Che cosa vogliamo che diventi Frattamaggiore nei prossimi vent’anni?

Se troveremo il coraggio di rispondere davvero a questo interrogativo, allora anche il nome del Sindaco avrà finalmente un senso. Altrimenti continueremo semplicemente a discutere di nomi, mentre il futuro – silenziosamente – passerà altrove.