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Droni sulla base italiana di Erbil. Il silenzio del governo

Due droni hanno colpito la base militare italiana di Erbil, nel Kurdistan iracheno. L’esplosione ha provocato danni alle infrastrutture. Nessun militare italiano è rimasto ferito: i soldati si sono rifugiati nei bunker mentre le squadre antincendio della base spegnevano le fiamme.

È il primo attacco diretto dell’Iran contro una base italiana. Un fatto grave, che segna un salto di qualità nella crisi in Medio Oriente. Eppure dal governo arrivano solo poche righe di circostanza.

Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha affidato ai social una “ferma condanna” dell’attacco, rassicurando sulle condizioni dei nostri militari che si sono rifugiati nei bunker. Un sollievo, certo. Ma non una risposta politica.

Perché quando una base italiana viene colpita da droni, significa che l’Italia è dentro una crisi che rischia di allargarsi. Nelle stesse ore, mentre Donald Trump continua a cantare vittoria, l’Iran ha intensificato la pressione nel Golfo Persico: almeno sei attacchi contro navi commerciali e petroliere, secondo quanto riportato dalla CNN, con lo Stretto di Hormuz tornato al centro dello scontro.

Non è una crisi lontana. Gli effetti iniziano già a vedersi: tensioni militari, rotte energetiche sotto attacco, prezzi di gas e carburante in aumento.

Per questo il punto non è solo la sicurezza dei nostri soldati — che resta la priorità assoluta — ma la trasparenza verso il Paese.

Gli italiani hanno il diritto di sapere in quale scenario stanno entrando i nostri militari, quali rischi stiamo correndo e quale linea intenda seguire il governo in una crisi che ogni giorno si fa più pericolosa.

Perché quando i droni colpiscono una base italiana, non è una notizia tra le tante. È un segnale che riguarda tutti.