Vincenzo Tiberio Penicilina Arzano
6 minuti 9 anni

Una incredibile storia di scoperte scientifiche, di un amore incompreso e di una morte prematura. Parliamo di Vincenzo Tiberio, un medico molisano che scoprì la pennicillina prima che il futuro premio Nobel Alexander Fleming scoprisse l’antibiotico dalle muffe.

Vincenzo la rinvenne dal pozzo degli zii ad Arzano: quando questo veniva pulito dalle muffe, le persone si ammalavano di gastroentiriti.  Approfondendo in laboratorio riuscì a comprenderne il potere battericida. Ora il pozzo appartiene ad un’altra famiglia ed è di nuovo in vendita insieme al giardino e alla residenza intorno. Ma la comunità scientifica con l’aiuto di alcune associazioni, tra cui “Agrippinus”, sta tentando di riaprire e riabilitare il pozzo con la sua portata storica.solo da qualche anno a questa parte si sta cercando di restituirgli il posto che è suo.

I suoi studi, datati 1895, dal titolo “Sugli estratti di alcune muffe”furono pubblicati sugli annali di igiene sperimentale anticipando i risultati dello scienziato inglese. L’articolo fu pubblicato sulla rivista gli “Annali d’Igiene Sperimentale”, diretta dal professor Angelo Celli ed edita a Roma dalla casa editrice Loescher. Il testo fu pubblicato con la supervisione dell’Istituto d’Igiene della Regia Università di Napoli, diretto da Vincenzo De Giaxa. Ecco uno degli estratti da quell’articolo:

 “… nella sostanza cellulare delle muffe esaminate sono contenuti dei principi solubili nell’acqua forniti di potere battericida… per queste proprietà le muffe sarebbero di forte ostacolo alla vita e alla propagazione dei batteri patogeni”. 

Tiberio isolò e classificò i ceppi delle muffe, quindi studiò la loro azione battericida e chemiotattica sperimentandone gli effetti benefici, sia in vitro sia in vivo, su cavie e conigli, sino ad arrivare alla preparazione di una sostanza con effetti antibiotici. Quella che sarebbe stata chiamata penicillina e avrebbe cambiato la storia dell’umanità. L’articolo però finì tra la polvere delle biblioteche e fino agli anni Quaranta del Novecento si continuerà a morire per banali infezioni.

L’intoppo fu che il il mondo accademico italiano non era pronto a recepire questa innovazione. In più si mise di traverso anche un ostacolo sentimentale: il suo amore malvisto dalla famiglia per una cugina. Tiberio si allontanò da Napoli, abbandonò i suoi studi per arruolarsi nella Marina militare, mettendo così la massima distanza possibile tra se e l’oggetto del suo amore: la cugina Amalia Teresa Graniero. Un legame che, a quanto pare divenne ancora più forte nonostante la distanza: al momento della morte, dietro una foto dell’adorata moglie, lascerà scritto: “lunga e difficile è la via della ricerca, ma alla base di tutto c’è sempre l’amore”.

In compenso, però, la carriera militare porterà il brillante medico  in giro per il mondo e lo vedrà sempre in prima linea: per placare la conflittualità greco-turca, per fronteggiare epidemie o per portare soccorso agli abitanti di Messina dopo il micidiale terremoto del 1908. Tiberio, poi, imporrà le vaccinazioni nella Regia Marina salvando tanti marinai. Inoltre, nel 1912 gli affidano il laboratorio biochimico dell’ospedale militare alla Maddalena. Infine, il rientro a Napoli, con l’incarico di dirigere il Gabinetto di Igiene e Batteriologia dell’ospedale della Marina (a Piedigrotta). Il 45enne scienziato può riprendere i suoi studi sugli antibiotici, ma per poco tempo: il 7 gennaio del 1915 è stroncato da un infarto.

Solo un anno dopo arriva il primo riconoscimento: sulla rivista “Minerva Medica” il farmacologo Pietro Benigno afferma:

Le sue ricerche sono condotte con tale accuratezza di indagine da meritare un posto fondamentale nella ricerca dei fattori antibiotici”. 

Un anno dopo l’ufficiale medico Giuseppe Pezzi ritrova l’articolo del 1895 e rende pubblica la vicenda. Nel corso del tempo gli sarà intitolata qualche strada (a Fuorigrotta), a Sepinouna lapida ricorda che fu “Primo nella scienza, postumo nella fama”. L’università del Molise darà il suo nome a un Dipartimento, e nel 2006 i nipoti Vincenzo Martines eAnna Zuppa Covelli pubblicheranno il libro “La vita e i diari di Vincenzo Tiberio”. Il 9 febbraio del 2011 sul “Corriere della Sera” esce un articolo intitolato “La penicillina? Una scoperta italiana”. Un po’ di luce in fondo al pozzo. Inoltre, il Museo delle Arti sanitarie ha voluto celebrare lo studioso inaugurando uno spazio espositivo ad hoc.

Nel 2015,  in occasione delle celebrazioni per il centenario della sua morte, il Museo delle Arti sanitarie, l’Ordine dei medici e l’Ordine dei farmacisti di Napoli e provincia, e tre associazioni arzanesi – “Agrippinus”, “Aria Pulita” e Legambiente – lo celebrarono con una tavola rotonda e la mostra documentaria “Le muffe nel pozzo: la vera storia degli antibiotici” allestita nelle sale del museo, all’interno del complesso monumentale degli Incurabili. Così ha commentato il professor Gennaro Rispoli, decano dei chirurghi napoletani e direttore del museo di Caponapoli.

Una pagina fondamentale per la storia della medicina, quella napoletana e quella mondiale, che era doveroso ricordare insieme alla comunità scientifica campana, un omaggio a un geniale figlio della nostra terra ingiustamente messo in disparte.

Ecco il video sul sito di IL MATTINO.IT.  A ripercorrere l’affascinante vicenda la testimonianza di Sergio De Rosa, figlio di Salvatore, scienziato dell’Istituto di chimica biomolecolare (Icb) del Cnr di Pozzuoli, che è stato un appassionato studioso di Tiberio.