Cinquantasette. È questo il numero di giorni che separano la strage di Capaci da quella di via D’Amelio. È questo il numero di giorni che Paolo Borsellino ha contato prima che Cosa Nostra prendesse la sua vita.
Sì, proprio così. Io sono convinto lui abbia contato ogni singolo giorno. Ogni singola ora. Ogni singolo minuto.
Sono convinto abbia diviso la sua vita in due fasi: quella a.g. avanti Giovanni e quella d.g. dopo Giovanni. E sono convinto che per lui quel 23 maggio, abbia rappresentato il giorno zero.
Un nuovo inizio. Senza Giovanni.
Venti giorni prima della sua morte, in un’intervista a Lamberto Sposini, Paolo Borsellino dichiarava:
Io ho sempre accettato più che il rischio, la condizione, quali sono le conseguenze del lavoro che faccio, del luogo dove lo faccio e, vorrei dire, anche di come lo faccio. Lo accetto perché ho scelto, ad un certo punto della mia vita, di farlo e potrei dire che sapevo fin dall’inizio che dovevo correre questi pericoli.
La sensazione di essere un sopravvissuto e di trovarmi , come viene ritenuto, in estremo pericolo, è una sensazione che non si disgiunge dal fatto che io credo ancora profondamente nel lavoro che faccio, so che è necessario che lo faccia, so che è necessario che lo facciano tanti altri assieme a me.
E so anche che tutti noi abbiamo il dovere morale di continuarlo a fare senza lasciarci condizionare dalla sensazione che, o financo, vorrei dire, dalla certezza, che tutto questo può costarci caro
Paolo sapeva che sulla sua testa pendeva una condanna a morte e quel 23 maggio, il giorno di Capaci, della terra dilaniata, quello della morte di Giovanni Falcone, della sua scorta, sapeva che era anche il giorno in cui era partito il timer della sua vita. E per 57 giorni, chino sulla scrivania del suo ufficio, con il ticchettio del timer a fargli compagnia, ha minuziosamente appuntato nella sua agenda rossa – misteriosamente scomparsa dopo la Strage di Via D’Amelio – tutta la verità sulla morte dell’amico, prima che collega, Giovanni Falcone. Cinquantasette giorni dopo Capaci, quel timer si ferma alle ore 16.58, quando una Fiat 126 imbottita di esplosivo, salta in aria in via Mariano D’Amelio 21, prendendo la vita del Giudice Paolo Borsellino e degli uomini della sua scorta: Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli,Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.
Un solo superstite a quella catastrofe, Antonio Vullo, uomo della scorta del Giudice Borsellino, che descrisse così quegli attimi di terrore:
Il Giudice e i miei colleghi erano già scesi dalle auto, io ero rimasto alla guida, stavo facendo manovra, stavo parcheggiando l’auto che era alla testa del corteo. Non ho sentito alcun rumore, niente di sospetto, assolutamente nulla. Improvvisamente è stato l’inferno. Ho visto una grossa fiammata, ho sentito sobbalzare la blindata. L’onda d’urto mi ha sbalzato dal sedile. Non so come ho fatto a scendere dalla macchina. Attorno a me c’erano brandelli di carne umana sparsi dappertutto
Oggi da quel 19 luglio, sono trascorsi esattamente 25 anni. E nonostante non si sia mai più ritrovata quella agenda su cui Paolo appuntò minuziosamente gli ultimi giorni della sua vita, qualche verità è emersa.
A Milano ad esempio, nel carcere di Opera, Salvatore Riina, durante l’ora d’aria, ha confidato al suo amico Alberto Lorusso che è stato lo stesso Borsellino a porre fine alla sua vita. Fu lo stesso Borsellino, suonando il campanello dove era stato piazzato un telecomando, ad azionare la bomba nascosta nella 126 parcheggiata davanti casa di sua madre.
Questa del campanello però è un fenomeno… Questa una volta il Signore l’ha fatta e poi basta. Arriva, suona e scoppia tutto.
È successo che grazie alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia come Gaspare Spatuzza si è arrivati ad individuare prima e condannare poi, gli esecutori materiali e i mandanti della Strage. È successo che con i processi Borsellino – uno, bis, ter, quater– si sono aperte le indagini sui “mandanti occulti” delle stragi, su quella famosa agenda rossa e sulla trattativa Stato-Mafia. È successo che le coscienze, mosse dal bisogno di verità e Giustizia, hanno cominciato a togliere consenso e a ribellarsi a quella organizzazione, contro la quale, Borsellino e Falcone hanno combattuto per una vita intera. È successo che è nata Libera, associazione antimafia che svolge un lavoro straordinario su tutto il territorio Nazionale. È successo che con coraggio e a voce forte, le piazze si sono mosse e ancora si muovono al grido di “La mafia non la vogliamo”. È successo insomma che, dalle stragi di Stato ha preso vita quel movimento morale e culturale che Paolo auspicava assurgesse alla funzione di strumento di lotta contro la criminalità organizzata.
Ciao Paolo.
Grazie di tutto.
