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L’Iran si scopre profondamente diviso dopo la nomina di Mojtaba Khamenei a nuovo leader supremo e successore del padre, Ali Khamenei, ucciso nel primo giorno della guerra tra Stati Uniti e Iran. La scelta dell’Assemblea degli Esperti, l’organo clericale incaricato di designare la massima guida della Repubblica islamica, ha provocato reazioni opposte nel Paese: da una parte manifestazioni di sostegno promosse dall’establishment, dall’altra timori, rabbia e totale sfiducia da parte di molti cittadini.

Secondo diverse testimonianze raccolte a Teheran, la nomina di Mojtaba Khamenei non rappresenta alcuna possibilità di cambiamento. Anzi, per molti iraniani significa la continuità più rigida possibile con il sistema costruito dal padre. Un uomo nella capitale ha spiegato che l’Assemblea degli Esperti non avrebbe potuto scegliere una figura più vicina ad Ali Khamenei, aggiungendo che nulla cambierà davvero all’interno del Paese.

Il nuovo leader supremo, 56 anni, è considerato da tempo una figura influente dietro le quinte del potere iraniano. Pur avendo mantenuto un profilo pubblico relativamente basso per anni, su di lui circolavano da tempo indiscrezioni sul suo peso reale all’interno del regime. Diversi osservatori lo ritengono molto vicino ai Pasdaran, il potente Corpo delle Guardie rivoluzionarie islamiche (IRGC), e molti si aspettano che prosegua con una linea ancora più dura.

Tra i cittadini prevale infatti la paura. Una giovane donna di Teheran ha detto di ritenere Mojtaba Khamenei “ancora più oppressivo” del padre. Un altro residente ha descritto il nuovo leader come animato da spirito di vendetta dopo la morte di Ali Khamenei, sostenendo che potrebbe scaricare la sua rabbia non solo contro gli Stati Uniti, ma anche contro la popolazione iraniana. Parole che fotografano un clima di forte tensione interna, in un momento in cui il Paese è già sotto pressione per il conflitto in corso.

Nel frattempo, la televisione di Stato iraniana IRINN ha trasmesso immagini di manifestazioni filo-governative in diverse città, tra cui TeheranQom e Mashhad, città natale di Mojtaba Khamenei. Nelle riprese si vedono sostenitori sventolare bandiere della Repubblica islamica e mostrare cartelli con le immagini del nuovo leader insieme al padre scomparso. Alcuni manifestanti hanno parlato apertamente di continuità politica e religiosa, sostenendo che il percorso dell’Iran proseguirà nel solco tracciato da Ali Khamenei.

Ma accanto alle piazze del consenso emergono anche segnali di opposizione. Video verificati da BBC Persian e BBC Verify mostrano slogan ostili come “Morte a Mojtaba” e altri cori contro il nuovo leader, a conferma di una frattura profonda nella società iraniana. Per molti cittadini, infatti, Mojtaba Khamenei non è percepito come una figura di transizione, bensì come l’incarnazione della linea più dura del regime.

Le ombre sul suo ruolo non sono nuove. In passato, cablogrammi diplomatici statunitensi diffusi da WikiLeaks lo avevano descritto come “il potere dietro la veste”, cioè una presenza decisiva dietro il volto ufficiale del sistema. Nel corso degli anni è stato inoltre accusato di aver influenzato elezioni presidenziali e di aver esercitato un ruolo di comando sul Basij, la forza paramilitare usata spesso per reprimere il dissenso.

La sua nomina arriva inoltre in un momento estremamente delicato. Mentre Stati Uniti e Israele continuano a colpire l’Iran, l’ascesa di Mojtaba Khamenei apre interrogativi non solo sulla stabilità interna della Repubblica islamica, ma anche sugli equilibri geopolitici regionali. Anche dall’estero sono arrivate prese di posizione nette: il presidente americano Donald Trump ha definito Mojtaba Khamenei una scelta “inaccettabile”, affermando che senza il suo assenso chiunque avesse preso il potere non sarebbe durato a lungo. Israele, da parte sua, ha dichiarato che continuerà a perseguire ogni successore.

In questo scenario, la vera notizia non è soltanto la successione al vertice del potere iraniano, ma la spaccatura evidente all’interno della società. Per una parte del Paese Mojtaba Khamenei rappresenta la continuità e la sopravvivenza del sistema; per un’altra, invece, è il simbolo della chiusura definitiva a qualunque prospettiva di cambiamento. Ed è proprio questa frattura a raccontare il momento che l’Iran sta attraversando: un passaggio storico segnato da guerra, repressione, paura e incertezza sul futuro.